lunedì 17 dicembre 2012

Risorgimento: Le vittime della Libertà che nega sé stessa. Unità d'Italia: non è andata come ci hanno raccontato.

Vi è un dovere della memoria, e noi vogliamo trasmetterlo ai più giovani.
A voi giovani voglio anche dire che vi è una forza della memoria:
si deve conservare vivo il ricordo delle tragedie passate
perché la memoria è una forza capace di cambiare il mondo.
Ecco perché bisogna «non dimenticare».

                                                      Roma, domenica 27 gennaio 2002
Carlo Azeglio Ciampi (Presidente della Repubblica Italiana)

Perchè un capitolo riguardante i Crimini del Risorgimento? Non è stato questo uno dei periodi più gloriosi della nostra Storia, quella di un Popolo che...risorge?  Forse non è andata esattamente così e credo sia quanto mai opportuna, in occasione delle celebrazioni dei 150 anni dell'unità d'Italia, un'operazione di onestà intellettuale e di autentica ricerca storica che consenta di "correggere" la storiografia ufficiale degli eventi che portarono all'unità nazionale e che possa - perchè no? - cominciare a cambiare la toponomastica delle nostre città, molte delle cui vie, piazze, scuole, musei ecc... sono intitolate a personaggi che in quegli anni si resero protagonisti di crimini inaccettabili sotto qualunque profilo e a modificare - ancora una volta: perchè no? -  testi scolastici dai contenuti scandalosamente "addomesticati" e "conformisti". Onoriamo invece, sia pur tardivamente, i veri Martiri e Giusti nell'ambito di quegli eventi, al di là della loro provenienza sociale, culturale e geografica: in nome della Verità e della Giustizia! Ben altra storia avrebbe vissuto il nostro Paese se alla logica della politica di guerre e annessioni forzate da parte dei futuri "vincitori" avesse prevalso quella del dialogo, al fine di favorire un processo verso l’unificazione nazionale realmente “condiviso”, su basi di parità di dignità e diritto, tra tutti gli Stati preunitari, nel rispetto della volontà dei loro Popoli, e che avesse avuto come meta quella di una confederazione di stati dotati di larghe autonomie! Così non è stato e certamente, oggigiorno, solo una riforma del nostro Paese in senso autenticamente federale potrà cominciare a correggere, con beneficio di tutte le nostre Regioni, i disastri di una politica da sempre fortemente centralizzata. All'inserimento dell'appello di un gruppo di autorevoli storici, dal titolo «Più verità e meno retorica sul Risorgimento», fa seguito il pregevole "saggio" della storica modenese Elena Bianchini Braglia, presidente del Centro Studi sul Risorgimento e sugli Stati preunitari, direttrice editoriale della rivista "Il Ducato-Terre Estensi" nonchè autrice di numerosi saggi sull'Ottocento italiano e di biografie femminili, che ha scritto appositamente per "Luci che illuminano le Tenebre" il pregevole articolo qui pubblicato.      (P. Totaro)

Più verità e meno retorica sul Risorgimento!

Il centocinquantesimo dell’unità rischia di ridursi a una sbrodolata di retorica, a un’altra occasione per ribadire luoghi comuni ma anche omissioni e menzogne storiche. Rischia di essere una parata di cerimonie ufficiali, frequentate da azzimati spettatori paganti e da scolaresche cooptate; un diluvio di discorsi politicamente corretti; la ripetizione di patriottici mantra. Noi vorremmo invece che la ricorrenza possa essere occasione per una analisi serena degli avvenimenti storici, per affrontare silenzi, reticenze e veri e propri occultamenti di prove e di cadaveri. I tempi sono maturi per farlo. Un secolo e mezzo di tempo dovrebbe aver sopito anche le passioni più accese, sicuramente quelle in buona fede. Vorremmo che si facesse finalmente anche da noi quello che - ad esempio - in America si è cominciato a fare appena qualche anno dopo la fine dalla loro guerra civile: esaminare gli avvenimenti e i ruoli con obiettività e onestà. Purtroppo invece le interpretazioni, le giustificazioni, le verità «ufficiali» continuano a viziare la versione corrente della nostra storia. Noi chiediamo che le risorse impegnate in inutili e vacue cerimonie, in comitati paludati, vengano devolute in iniziative di chiarezza, di confronto, di divulgazione di verità non più coperte dalla «ragion di Stato».  Noi chiediamo che sia fatta giustizia sui vincitori e sui vinti, e su tutti quelli che sono stati presi in mezzo.

(Francesco Mario Agnoli, Franco Bampi, Ettore Beggiato, Romano Bracalini,   Elena Bianchini Braglia, Lorenzo Del Boca, Gigi Di Fiore, Paolo Gulisano,     Adolfo Morganti, Gilberto Oneto, Sergio Salvi e Cristina Siccardi)

«Contro nemici tali la pietà è delitto»: i Martiri del Risorgimento, le Vittime della Libertà che nega se stessa

«Bisogna perlomeno ottenere il risultato che l'Austria sia detestata da tutti. Un giorno o l'altro questo odio universale porterà i suoi frutti». Così scriveva Cavour a Emanuele D'Azeglio il 19 marzo 1856, dando inizio a una violenta campagna di diffamazione rivolta contro l'Impero e tutti gli antichi Stati italiani. Il tessitore stava già evidentemente pensando a quella che, tre anni dopo, sarebbe passata alla storia come seconda guerra d'indipendenza. Ne stava cercando i pretesti, stava studiando quelle provocazioni che avrebbero consentito poi al Piemonte, dopo gli accordi di Plombières, di scendere in guerra contro l'Austria garantendosi l'appoggio della Francia. Cavour e Vittorio Emanuele di Savoia programmavano l'inizio della politica espansionistica sabauda, l'invasione di antichi stati sovrani senza motivazione e senza dichiarazione di guerra. Un atto illegittimo che necessitava di una giustificazione da offrire all'opinione pubblica e alle potenza europee. Per questo Cavour e Napoleone III avrebbero inventato la celebre espressione, poi pronunciata da Vittorio Emanuele, del «grido di dolore», quello degli italiani « oppressi», quello al quale i piemontesi si sarebbero offerti di dare risposta, iniziando un lungo periodo di guerra e violenza mascherato da filantropismo e patriottismo. Per arrivare a unificare la penisola sotto l'egemonia sabauda, il “tessitore” non si preoccupò di dover passare attraverso ogni sorta di truffa e violenza, né di lasciare sul proprio cammino una lunga scia di vittime. Si preoccupò invece sempre di salvare le apparenze, di mantenere intorno alla sua persona quell'aura di finto perbenismo di stampo calvinista che sempre lo caratterizzò, lasciando gli affari più sporchi e compromettenti ad altri, verso i quali magari fingeva disprezzo, a Mazzini, a Garibaldi, agli «enfantes terribles dei framassoni». Eppure senza dubbio anche lui faceva parte di quella «banda di avventurieri senza coscienza e senza pudore che, dopo avere fatto l’Italia, l’ha divorata».

Nato a Torino il 10 agosto 1810 da antica famiglia nobiliare, Cavour venne educato dalla madre ginevrina, e per il calvinismo non a caso ebbe sempre una certa malcelata simpatia. Nell'immaginario collettivo il suo capolavoro diplomatico fu la guerra di Crimea, che consentì di portare il “problema” italiano all’attenzione della diplomazia europea. In realtà le trattative per l’intervento del Piemonte in Crimea furono tutt’altro che un trionfo, e se alla fine Cavour riuscì comunque ad amicarsi Francia e Inghilterra fu solo perché queste avevano tutti gli interessi a immischiarsi negli affari italiani. In quel 1854 le due potenze alleate combattevano contro la Russia. La regina Vittoria aveva approvato una legge che autorizzava l’arruolamento di mercenari stranieri fino a un massimo di diecimila uomini e il ministro Russell aveva chiesto all’ambasciatore inglese a Torino James Hudson «di accertarsi se il Piemonte volesse fornirci diecimila uomini pagati da noi». Il governo sabaudo rifiutò la proposta, ma chiese di poter aderire all’alleanza. In tal caso avrebbe inviato non dieci, ma quindicimila uomini. In cambio chiedeva all'Inghilterra un prestito in danaro, l’ammissione del regno di Sardegna ai negoziati di pace e l’impegno, da parte degli alleati, a prendere in considerazione la situazione italiana. I testi definitivi dei tre documenti furono firmati a Torino il 26 gennaio 1855. L'«Armonia» quattro giorni dopo commentava come quell’alleanza, foriera solo di «umiliazione, guerra e debiti», fosse avvenuta a condizioni «non troppo onorevoli», unicamente imposta dalla tragica situazione finanziaria piemontese, che sola poteva aver indotto Cavour a «vendere», per «un imprestito di venticinque milioni», quindicimila soldati piemontesi. Soldati che furono mandati a morire in terra straniera per interessi stranieri, per le brame di espansionismo sabaudo e per la sete di potere di Cavour, immolati a oscure trame diplomatiche, a una causa inesistente. Soldati che possono essere certamente annoverati fra i primi martiri del risorgimento. Non rimasero a lungo soli. Già l'anno successivo Cavour iniziò un altro capolavoro di diplomazia, quello che lo avrebbe reso immortale con il motto «libera Chiesa in libero Stato», che provocò altre innumerevoli vittime. Vittime silenziose, sacerdoti, frati, monache. Tutti derubati, arrestati, perseguitati. Per guadagnarsi l’appoggio delle potenze straniere e delle forze protestanti, il tessitore volle dimostrare d'esser pronto a intraprendere una politica che andasse a ridimensionare il potere della Chiesa cattolica. Così, dopo avere inutilmente mandato migliaia di sventurati a morire in Crimea, per inserire il piccolo marginale regno sabaudo nel gioco delle grandi potenze, intraprese una vera e propria guerra contro la Chiesa. Nel 1855 il governo Cavour-Rattazzi presentò un progetto di legge contro gli ordini mendicanti e contemplativi, accusati, in linea con la nuova mentalità utilitaristica di stampo protestante, di essere inutili, quindi dannosi. Furono aboliti istituti religiosi, soppressi monasteri, centinaia di frati e monache buttati sulla strada senza un luogo in cui rifugiarsi, nulla di cui vivere. La persecuzione proseguì per anni, sempre più violenta. Nel 1861 settanta vescovi vennero rimossi dalle loro sedi, alcuni imprigionati, centinaia di preti finirono in carcere senza sapere perché. Dalla proclamazione del regno al 1870, con Roma che veniva presentata come il più ingombrante ostacolo sulla via del compimento dell’unità, la situazione si aggravò ancora. Sessantaquattro sacerdoti e ventidue frati vennero fucilati dai liberatori. Il grido di dolore inventato da Cavour diffuse l'idea, poi sempre sorretta ad arte da «penne che sappiano dire bugie utili per una buona causa», che in Italia prima del 1861 si vivesse male, che i popoli gemessero sotto spietate tirannidi, che la Chiesa seminasse superstizione e oscurantismo: era questo l'unico modo di far accettare ai posteri un atto arbitrario che altrimenti non avrebbe avuto giustificazioni e il palpabile crollo della qualità della vita delle popolazioni italiche dopo le rispettive annessioni al regno di Sardegna prima e d'Italia poi. Sugli Stati preunitari, sui loro sovrani e sulle condizioni di vita del popolo fu orchestrata in quegli anni una campagna di diffamazione senza precedenti, capace di generare mostri che ancora oggi sopravvivono nelle spoglie di facili luoghi comuni gelosamente custoditi e tramandati da una cultura postunitaria che in nessun modo, almeno finché vorrà continuare a denigrare interi secoli della nostra storia nel maldestro tentativo di giustificare gli ultimi centocinquant'anni, potrà essere definita italiana o patriottica.

Un altro “eroe” che disseminò vittime sulla strada della propria infondata gloria fu Giuseppe Garibaldi, avventuriero ricolmato d'immeritati onori, eroe mitico costruito sul nulla. Per offrire agli italiani il più puro e amato dei “padri della patria” fu necessaria, come riferisce Aldo Mola, una «ininterrotta, capillare, imponente opera di persistente rivitalizzazione del mito di Garibaldi», opera che fu «orchestrata dalla massoneria». La vita di Garibaldi, «più ciarlatano che generale d’armata od eroe», prima che la spedizione dei Mille e la servile penna di Alexander Dumas senior gli donassero la notorietà, era quella disordinata di mercenario costretto a vagare per i due mondi in cerca di fortuna, spregiudicato profittatore al soldo dello straniero. Mille volte cambiò paese e giubba, si dedicò al commercio degli schiavi, si legò a proscritti mazziniani, filibustieri, negrieri. Circondato da uomini «tutti generalmente di origine pessima e per lo più ladra. E tranne poche eccezioni con radici genealogiche nel letamaio della violenza e del delitto», come ammetteva egli stesso nelle sue “Memorie”, sobillò rivolte e guidò saccheggi. Garibaldi, «pazzamente ambizioso della popolarità della strada, senza intelligenza politica e più che mediocre amministratore», riuscì a guadagnarsi il proprio successo politico con l'impresa dei Mille e la conquista del sud solo perché sostenuto dall'Inghilterra, interessata per motivi economici e commerciali alla distruzione del regno delle Due Sicilie e per motivi religiosi a quella di tutti gli antichi Stati dell'Italia cattolica. Lo sbarco a Marsala si sarebbe probabilmente rivelato un disastro simile a quello già sperimentato dal Pisacane se, proprio davanti al porto, non si fossero trovati l’Argus e l’Intrepid: due navi da guerra inglesi a protezione dell’invasore. Non fu a caso che lo sbarco dei Mille avvenne nel «feudo britannico» di Marsala, e non fu nemmeno un caso che su una nave inglese nel porto di Palermo venisse firmata la resa dell’isola. A ciò si sarebbe subito aggiunto un altro ingrediente fondamentale al successo garibaldino: l'arrendevolezza dei generali borbonici, comprata a suon di monete d’oro, in quello che fu uno dei più vistosi casi di corruzione che generarono il nuovo Stato.

A Garibaldi era stata segretamente versata l’enorme somma di tre milioni di franchi in piastre d’oro turche, una moneta molto apprezzata in tutto il Mediterraneo. Anche lo storico della massoneria Aldo Mola ha più volte ribadito che «la spedizione dei Mille si svolse dall’inizio alla fine sotto la tutela britannica, o, se si preferisce, della massoneria inglese». Quest’ultima, fin dal 1848 aveva appoggiato quelle forze che avrebbero potuto facilitare una riforma religiosa nella penisola italiana. Già nel 1851 si era costituita a Londra l’associazione “Friends of Italy”, con ottocento iscritti (Mazzini tra i promotori), sei deputati e autorità dell’Inghilterra vittoriana nel comitato. Garibaldi, nella sua grossolana semplicità, avrebbe pubblicamente ammesso la portata dell’intervento inglese nelle sue missioni. Durante un soggiorno in Inghilterra, nel 1864, in vari discorsi accennò agli aiuti ricevuti da Lord Palmerston, Gladstone e Russell. E al Christal Palace, rendendosi improvvisamente conto dell’imbarazzo suscitato dalle sue dichiarazioni, si meravigliò e con candore spiegò di avere parlato così «perché la regina e il governo inglese si sono stupendamente comportati verso la nostra natia Italia. Senza di esse noi subiremmo ancora il giogo dei Borbone a Napoli; se non fosse stato per l’ammiraglio Mundy, non avrei mai potuto passare lo stretto di Messina». Dopo avere occupato la Sicilia, Garibaldi proseguì per Napoli e il 7 settembre occupò la città, protetto da Liborio Romano, ministro di polizia del re Francesco II, anch'egli comprato dall'oro inglese. Napoli era la capitale del regno, Francesco II se ne andò per risparmiare al suo popolo, come scrisse nel proclama del 6 settembre 1860, i tragici effetti di «una guerra ingiusta» che aveva «invaso i miei Stati, nonostante che io fossi in pace con tutte le potenze europee». Se ne andò per salvare Napoli «dalle rovine e dalla guerra, salvare i suoi abitanti e le loro proprietà, i sacri templi, i monumenti, gli stabilimenti pubblici, le collezioni di arte e tutto quello che forma il patrimonio della sua civiltà e della sua grandezza». Per cercare di proteggere le sue terre Francesco II di Borbone le abbandonò, purtroppo nelle mani di chi non si sarebbe certo preoccupato di evitare distruzioni e morte. Nel gestire le terre conquistate Garibaldi diede prova di totale incapacità. Filippo Curletti riferiva che, nel giungere al sud dopo la spedizione dei mille, «trovai Napoli nel più incredibile disordine. Il campo di Caserta in un disordine più incredibile ancora. L’armata riboccava di donne, Milady White e l’ammiraglia Emile ne erano le eroine. Le notti si passavano in orge!». Corruzioni, pensioni, prebende, rimborsi, sprechi e tutti quei malaffari che poi divennero caratteristica peculiare della politica italiana, nei giorni del governo garibaldino furono i protagonisti indiscussi, tanto che in poche settimane venne sperperato tutto il denaro inglese e tutto il “ricavato” del sacco del Banco di Napoli.

Gli sperperi avevano caratterizzato l'azione garibaldina fin dall'inizio della spedizione e avevano già reso necessari nuovi sacrifici umani. Nella notte fra il 4 e il 5 marzo 1861 affondò, pare in seguito a un’esplosione nelle caldaie, il piroscafo “Ercole”, sul quale viaggiava diretto a Napoli Ippolito Nievo. Il poeta, appena trentenne, annegò insieme a tutti i suoi compagni di viaggio: dodici passeggeri e sessantatre membri dell’equipaggio. Il sabotaggio fu immediatamente sospettato, ma le indagini vennero prontamente bloccate. Ippolito Nievo era il tesoriere della spedizione dei Mille, gestiva i fondi delle camicie rosse e, nel suo viaggio verso Napoli, aveva la sventura, oltre che di sapere troppo, anche di custodire tutta la documentazione finanziaria, compresa quella relativa alle piastre turche ricevute da Garibaldi e quella relativa al sacco del Banco di Sicilia. La maggior parte di quel tesoro era stato speso in corruzioni, in molti si erano anche personalmente arricchiti. A Torino erano sorte delle polemiche ed era stata richiesta una precisa rendicontazione delle spese: proprio ciò che il Nievo s'accingeva a consegnare. Pur di non far giungere a destinazione documenti compromettenti, il cantore delle gesta garibaldine venne sacrificato, insieme ai suoi compagni di viaggio. Tutti martiri sconosciuti, vittime prima della violenza che doveva coprire una truffa poi dell'omertà che avvolse la loro morte, gettandola nell'oblio mascherata da fortuito incidente. L'oro e le promozioni riversati sugli ufficiali borbonici, convinsero i più ad abbandonare il legittimo sovrano. A servire Francesco II, a morire sugli spalti di Gaeta, sarebbero rimasti pochi graduati, pochi eroi che seppero rinunciare ai vantaggi per la lealtà, e tutti i soldati, uomini del popolo capaci di restare sordi alle false promesse, disposti a tutto per salvare l’indipendenza della loro terra. Gaeta fu il teatro del sacrificio di questi uomini leali, che affrontarono il fuoco nemico insieme al re e alla regina per difendere il regno, per tenere fede a un giuramento. Vollero resistere a lungo nonostante  i continui tradimenti, le crescenti difficoltà, nonostante tutto stesse cadendo in rovina. L'assedio di Gaeta era stato posto dai piemontesi con netta superiorità di mezzi e ingiustificabile crudeltà nel voler annientare l'avversario.

Le forze assedianti di Enrico Cialdini disponevano dei famosi cannoni rigati, nuovissimi prodotti della tecnologia dotati di una speciale filettatura interna che garantiva una gittata più potente e precisa. Nonostante la consapevolezza dell’inferiorità tecnica, gli ufficiali esortavano Francesco II alla resistenza. E la prima a dimostrare di voler resistere era la regina Maria Sofia, l’eroina di Gaeta che, appena diciannovenne, sfilava sotto le bombe per portare conforto e soccorso ai soldati feriti.  Il 19 gennaio la flotta francese, che provvedeva agli approvvigionamenti necessari non solo alla difesa bensì alla stessa sopravvivenza dei sovrani, della truppa e di tutta la popolazione della cittadella, si allontanò, lasciando la roccaforte isolata dal resto del mondo. Ciò, ovviamente, rappresentò l’inizio della capitolazione di Gaeta. A trattative avviate, Cialdini non volle interrompere i bombardamenti, anzi li rinnovò con maggior furore, giacché, spiegava al Cavour, «sotto il tiro dei cannoni cederanno a condizioni più vantaggiose per noi». Addirittura a capitolazione già firmata, ordinò di colpire la polveriera della batteria Transilvania, dove morì l’ultimo martire di Gaeta, il sedicenne Carlo Giordano. Il 14 febbraio 1861 Francesco II e Maria Sofia erano costretti a lasciare la fortezza e si imbarcarono sulla nave francese “Mouette” che li condusse a Terracina, in territorio pontificio. Sulla Torre di Orlando, come atto di riverenza ai sovrani che partivano, veniva sollevata e calata per tre volte la bandiera gigliata, che subito dopo svaniva per sempre, ammainata, e al suo posto prendeva a sventolare il tricolore con la croce dei Savoia. Il Regno di Napoli non esisteva più. Prima di partire, Maria Sofia aveva affidato al barone Luigi Vinciguerra, ufficiale di comprovata fedeltà, la bandiera che era stata ricamata dalla venerabile regina Maria Cristina. Quel prezioso cimelio doveva essere consegnato al comandante della fortezza di Civitella del Tronto, ultimo baluardo che rifiutava di arrendersi ai piemontesi. Fu poi il cappellano militare, il francescano padre Leonardo Zilli, a ricevere in custodia la bandiera. Tutti sapevano che, con la capitolazione di Gaeta, la guerra poteva dirsi di fatto conclusa, ma nella fortezza di Civitella, al comando del sergente Messinelli, trecento soldati si erano arroccati ben decisi a resistere ancora.

La rocca era considerata inaccessibile e, poiché non aveva gran valore strategico, i piemontesi durante l’avanzata avevano preferito lasciarsela alle spalle. Ora che però si faceva rifugio ultimo di coloro che rifiutavano la resa, si decise d'intervenirvi con risolutezza. L’esercito piemontese circondò la fortezza e diede inizio a un lungo assedio a colpi d'artiglieria, senza ottenerne la resa. Il 15 febbraio 1861 un violentissimo bombardamento con i nuovi cannoni a tiro veloce ancora non riuscì a piegare gli eroi di Civitella. Il 17 marzo 1861, mentre a Torino veniva solennemente proclamato il regno d’Italia, a Civitella ancora si combatteva. Imbarazzati da questo esempio di resistenza che minacciava di strappare loro la maschera da liberatori, i piemontesi decisero che esso doveva essere immediatamente soffocato, prima che l’eco di quelle cannonate facesse il giro d’Europa, prima che gli altri Stati potessero udire il vero grido di dolore del sud. Rinforzarono ancora lo schieramento attorno all’ostinata roccaforte, intensificarono i bombardamenti. Gli ultimi paladini del perduto regno trascorsero altri due giorni sotto una fitta pioggia di fuoco. Il 20 marzo 1861 il maggiore Raffaele Tiscar firmò la capitolazione. Firmò per dire basta alla morte, ma la morte attendeva comunque i suoi uomini. Uomini che avevano sfidato i cannoni e che dovettero soccombere a vili colpi inferti dopo la resa. Il sergente Messinelli, dieci soldati e padre Zilli, il giorno stesso della firma della pace vennero fucilati senza processo, per vendetta, uccisi dai liberatori per non avere accettato la libertà. I loro corpi furono lasciati a terra, sanguinanti, senza vita e senza sepoltura, a monito dei paesani. Quando il regno d’Italia esisteva già da tre giorni, i piemontesi prendevano possesso dell’ultimo baluardo borbonico. Cavour poteva finalmente avvisare le corti di Inghilterra e Francia della caduta di Civitella del Tronto, ultima roccaforte borbonica, grande imbarazzo dei Savoia, fastidioso contrattempo risolto nel sangue. Da dimenticare. E infatti Manfredo Fanti diede ordine di radere al suolo la fortezza e le mura angioine della città. Fra i martiri del cosiddetto risorgimento si annoverano migliaia di uomini che, cercando d'opporsi all'invasione mascherata da libertà, vennero incarcerati, perseguitati, fucilati e poi dimenticati. Ma si annoverano anche pezzi importanti della nostra storia, della nostra arte, della nostra identità. Sacrificati a quella logica perversa che, volendo far dimenticare il passato nel tentativo di far accettare il presente, ha provocato alle nostre terre un danno culturale immenso. Puniti per avere difeso il proprio regno, per avere tenuto fede al giuramento prestato, i soldati sopravvissuti agli assedi di Gaeta e Civitella furono deportati nelle carceri piemontesi o rinchiusi in campi di rieducazione. Chi poi accettava di arruolarsi nell’esercito piemontese veniva liberato, chi invece rifiutava veniva mandato al forte di San Maurizio Canavese, a Genova oppure a quasi duemila metri di altitudine nella famigerata fortezza di Fenestrelle. Una prigione gelida, malsana, dove i detenuti venivano ammassati, cibo e acqua scarseggiavano, e solo i più forti riuscivano a sopravvivere.
 Chi moriva a Fenestrelle non lasciava ai propri cari una tomba su cui piangere. Per motivi igienici i cadaveri venivano sciolti nella calce viva, in una grande vasca ancora visibile dietro la chiesa principale del forte. La «Civiltà Cattolica» denunciava come «per vincere la resistenza dei prigionieri di guerra, già trasportati in Piemonte e Lombardia, si ebbe ricorso ad uno spediente crudele e disumano che fa fremere. Quei meschinelli, appena ricoperti di cenci di tela e rifiniti di fame perché tenuti a mezza razione con cattivo pane e acqua e una sozza broda, furono fatti scortare nelle gelide casematte di Fenestrelle e di altri luoghi posti nei più aspri siti delle Alpi. Uomini nati e cresciuti in clima sì caldo e dolce, come quello delle Due Sicilie, eccoli gittati, peggio che non si fa coi negri schiavi, a spasimar di fame e di stento tra le ghiacciaie! E ciò perché fedeli al loro giuramento militare ed al legittimo Re!». Ma per soffocare il risentimento del popolo del sud non bastarono le bombe scagliate su Gaeta, non gli spari di Civitella, né il gelo e la fame di Fenestrelle. L'insofferenza verso la dominazione piemontese si riversò in quel massiccio fenomeno che gli invasori avrebbero liquidato come “brigantaggio”. Le prime ribellioni si erano manifestate nel 1860, e nell'anno successivo, quando cadevano le ultime piazzeforti borboniche, il metodo della resistenza per bande aveva già posto radici profonde. I  soldati piemontesi punivano crudelmente tutti coloro che in qualche modo porgevano aiuto ai briganti, ma anche tutti coloro che osavano esprimere ostilità al nuovo regime. «Ufficiali e soldati! Voi molto operaste, ma nulla è fatto quando qualcosa rimane da fare. Un branco di quella progenie di ladroni ancora si annida tra i monti, correte a snidarli e siate inesorabile come il destino. Contro nemici tali la pietà è delitto». Questo bando il 25 ottobre 1860 accompagnava l'ingresso all'Aquila del generale Ferdinando Pinelli, inviato negli Abruzzi proprio per reprimervi ogni sollevazione, mentre Vittorio Emanuele con la consueta mielosa ipocrisia, la stessa che gli avrebbe poi consentito di invadere Roma con la scusa di offrire protezione al Papa, affermava: «Non vengo a imporre la mia volontà, ma a ripristinare la vostra». Ma certo non aveva ben compreso quale fosse la volontà del popolo del sud, se ancora nella primavera successiva, e per molte altre ancora dopo, la reazione divampava in tutto il regno. A Montecilfone, nel Sannio, vennero bruciate diverse abitazioni e fucilate sessanta persone, «possidenti, vecchi, preti e padri di famiglia». A Pescolamazza, in provincia di Avellino, un possidente, Luigi Orlando, sospettato di simpatie borboniche solo perché la sua casa non era stata distrutta dai briganti, venne ucciso davanti a tutta la sua famiglia. Prima che i fucili gli venissero puntati addosso, chiese un sacerdote per l’ultima confessione, ma i colpi partirono incuranti d’ogni pio desiderio e il cadavere venne legato al tronco di un albero avvolto nella bandiera borbonica. Ma se il governo sabaudo aveva inizialmente creduto di poter zittire in breve tempo, con violente repressioni, l'insoddisfazione del popolo conquistato, dovette ricredersi.

A Napoli, al luogotenente Gustavo Ponza di San Martino, che nel tentare di assorbire il malcontento non aveva disdegnato politiche di pacifica mediazione, subentrò il generale Enrico Cialdini, al quale furono riconosciuti pieni poteri. E ogni pacifica mediazione fu accantonata. Eccidi, rappresaglie, esecuzioni sommarie, saccheggi e distruzioni, violente persecuzioni del clero e dell’aristocrazia fedele alla corona borbonica, furono il drammatico prodotto della pienezza di potere del liberatore Cialdini, che consegnò a Torino, dopo pochi mesi e per il solo napoletano, un rapporto che parlava di 8.968 fucilati, tra i quali 64 preti e 22 frati; 10.604 feriti; 7.112 prigionieri; 918 case incendiate; 6 paesi rasi al suolo; 2.905 famiglie perquisite; 12 chiese saccheggiate; 13.629 deportati; 1.428 comuni posti in stato d’assedio. Enrico Cialdini, dopo avere assassinato i soldati borbonici che già s'erano arresi, dopo avere sterminato civili e distrutto abitazioni con un bombardamento inutile a resa firmata, si rese responsabile dei cruenti eccidi di Casalduni, Montefalcione, Pontelandolfo, e fece massacrare migliaia di cittadini inermi senza alcuna giustificazione che non fosse l’imposizione della libertà. Spesso, a guisa di trofeo o macabra ammonizione, faceva esporre le teste mozzate delle vittime. La gente del sud, che assai scarso sostegno aveva offerto ai liberatori, si adoperava invece per cacciarli, offrendo appoggio e protezione alle bande dei briganti. Nella sua autobiografia, trascritta dal capitano Eugenio Mazza, il capo brigante Carmine Crocco non tralasciava di mettere in evidenza il tutt’altro che trascurabile ruolo di supporto al brigantaggio esercitato dalla «plebe», che «fu spesso di potente ausilio in tutte le nostre imprese. Cotesto aiuto, quasi sempre spontaneo, era conseguenza dell’odio innato del popolo nostro contro i reggi funzionari e contro i piemontesi». La violenza divampava in tutto il vecchio regno, e anche la Sicilia, di lunga tradizione autonomista, che mal sopportava il governo di Napoli, certo non poteva accettare quello ancor più remoto di Torino. In tutta l’isola si diffuse la renitenza alla leva, mentre ovunque agivano bande di briganti, e alla Camera di Commercio di Girgenti in tanti correvano a firmare la petizione che denunciava «Le leggi un dì del Piemonte sono fatali alla Sicilia». La storiografia di ispirazione liberale, da Francesco Saverio Nitti a Benedetto Croce, avrebbe cercato di chiarire l’origine di quell’eccezionale massiccia resistenza popolare, attribuendola all’istigazione degli ambienti reazionari o a una comune tendenza alla criminalità.

Lombroso avrebbe intrapreso sulle popolazioni meridionali uno studio statistico che andasse ad approfondire le «cause delle devianze», mentre Antonio Gramsci cercò di fare del brigantaggio una forma di lotta di classe. Tutti trascurarono di cogliere in quell’unica forma di reale partecipazione popolare negli anni del risorgimento, il grido di dolore, non quello inventato da Cavour e Napoleone, ma quello autentico di un popolo derubato della propria autonomia e di antiche consolidate tradizioni culturali e religiose. All’inchiesta ordinata dal parlamento, su iniziativa di Giuseppe Massari, per indagare sulle cause del brigantaggio rispondeva la «Civiltà cattolica»: «Questo, che voi chiamate con nome ingiurioso di brigantaggio, non è che una vera reazione dell’oppresso contro l’oppressore, della vittima contro il carnefice, del derubato contro il ladro, in una parola del diritto contro l’iniquità. L’idea che muove cotesta reazione è l’idea politica, morale e religiosa della giustizia, della proprietà, della libertà». Il Massari, nella sua relazione, indicava principalmente nell’ambito socioeconomico le motivazioni del brigantaggio, il quale veniva in tal modo ridotto a un mero problema di ordine pubblico, che secondo lui sarebbe stato legato all’indigenza, alla corruzione e a una generale propensione alla delinquenza dei meridionali. Invece «la cagione del brigantaggio è politica, cioè l’odio al nuovo governo», denunciava senza mezzi termini la «Civiltà Cattolica». Le radici del brigantaggio affondavano nella resistenza antiunitaria dei popoli meridionali. Una resistenza che non sarebbe morta insieme al brigantaggio stesso, ma che, soffocata la lotta armata, avrebbe assunto le vesti dell'emigrazione, del malcontento, dell'astensionismo dai suffragi elettorali. Coloro che venivano catturati con l'accusa di essersi opposti al nuovo governo, venivano deportati e imprigionati in condizioni disumane. Già il 14 settembre del 1861 la «Civiltà Cattolica» aveva denunciato: «In Italia, o meglio, negli stati sardi, esiste la tratta dei napoletani. Si arrestano soldati napoletani in gran quantità, si stipano nei bastimenti peggio di come si farebbe con gli animali e poi si mandano in Genova. Trovandomi testé in quella città, ho dovuto assistere ad uno di quegli spettacoli che lacerano l’anima. Ho visto giungere bastimenti carichi di quegli infelici laceri, affamati, piangenti e sbarcati vennero distesi sulla pubblica strada come cosa da mercato. Spettacolo doloroso che si rinnova ogni giorno in via Assarotti, dove è un deposito di questi sventurati». Il 14 dicembre 1862, nel carcere di Santa Maria Apparente, a Napoli, si erano verificati tumulti per le condizioni inumane dei prigionieri, accatastati, senza nemmeno sapere di cosa fossero accusati, senza giacigli, senza coperte, al buio, al freddo.

Ancora nel 1863, il 13 gennaio, Francesco Crispi confidava a Garibaldi: «Ho visitato le carceri e le ho trovate piene di individui che ignorano il motivo per cui sono prigionieri. La popolazione in massa detesta il governo d’Italia». Nelle terre del sud, quando finalmente i liberatori avevano risposto al grido di dolore dei popoli oppressi, migliaia di persone marcivano in galera, o venivano deportate al nord, dove morivano in veri e propri campi di concentramento. Eppure la condizione delle prigioni era stato uno degli argomenti privilegiati della propaganda liberale. Proprio criticando le carceri del regno delle Due Sicilie, Gladstone aveva reso celebre l’ipocrita espressione «la negazione di Dio, la sovversione d’ogni idea morale e sociale, eretta a sistema di governo», riferita al regno borbonico. Dopo essere apparsa in due lettere scritte nel 1851 dallo stesso Gladstone a Lord Aberdeen, essa fece rapida il giro d’Europa, riempì pagine di libri e giornali, e ancora oggi, benché più volte smentita, non è difficile incontrarla in qualche testo scolastico. «E che cosa riferì quest’uomo che avrebbe voluto con la sua lettera rivoltare il bel regno delle Due Sicilie?Voci raccolte a caso, pettegolezzi», lamentava Alianello. Infatti Gladstone, tra il 1850 e il 1851, aveva sì trascorso un breve soggiorno a Napoli, senza tuttavia recarsi nelle carceri borboniche. Nelle sue missive descriveva qualcosa che non aveva mai veduto. E lui stesso, nel 1888, avrebbe ammesso di aver inviato quegli scritti a Lord Aberdeen su preciso ordine di Lord Palmerston, di non aver mai visitato alcun penitenziario, di aver semplicemente accolto per vero ciò che gli era stato riferito dai liberali napoletani. «Schiacciate il nemico a forza di maldicenze e calunnie!», insegnava l'istruzione data ai membri dell'Alta Vendita. E la propaganda rivoluzionaria non risparmiò nessuno, tanto meno i Borboni. Francesco II fu beffato, irriso come il “Franceschiello”, suo padre Ferdinando II divenne «il re bomba». Sovrano probo e attento ai bisogni del popolo, aveva fatto delle Due Sicilie un regno relativamente prospero, culturalmente vivacissimo, commercialmente attivo, dove le tasse erano eque, la moneta forte, scarso il debito pubblico, sconosciuta l’emigrazione. Insomma, «nell’Italia meridionale non c’era da scialare, ma nessuno moriva di fame, almeno a quei tempi. Diremo più innanzi delle provvidenze borboniche per i bisognosi, per i contadini, per gli zappaterra, mentre non solo in Irlanda ma in tutta l’Inghilterra l’uomo del terzo stato, il plebeo, conduceva un’esistenza infinitamente più squallida e miserabile, quale mai lazzarone napoletano o pastoriello di Calabria o Basilicata conobbe», scriveva Alianello.  Ma poi arrivarono, richiamati da fantomatiche grida di dolore, i liberatori. E i risultati furono quelli che si vedono ancor oggi, i medesimi denunciati il 2 settembre 1899 da Giustino Fortunato in una lettera a Pasquale Villari: «L’Unità d’Italia è stata, purtroppo, la nostra rovina economica.

Noi eravamo, nel 1860, in floridissime condizioni per un risveglio economico sano e profittevole. L’unità ci ha perduti». La questione meridionale ebbe il suo inizio nell’annessione forzata delle regioni del sud al nuovo Stato unitario. A Napoli per distruggere le floride finanze e l’economia del paese bastarono sessanta giorni di dittatura garibaldina, con l'eroe che prendeva provvedimenti insensati, come l’abolizione dei dazi, o di pura rapina, talvolta vendicativi e crudeli. Ci fu anche una consistente elargizione di denaro pubblico alla camorra: alle mogli, alle sorelle, alle cognate dei più potenti camorristi vennero assegnate ricche pensioni. Nel giro di due mesi le casse dello Stato napoletano vennero vuotate. E la situazione non migliorò dopo la partenza di Garibaldi, dopo il leggendario incontro di Teano. Il sud venne depredato dal governo sabaudo. Furono applicate nuove tasse, fino a quel momento del tutto sconosciute e difficili da accettare, come quelle sulle successioni, le donazioni, o i bolli. La gente del sud non capiva perché doveva pagare per ciò che già possedeva, perché invece della libertà e dell'indipendenza promesse si vedevano solo nuove imposizioni incomprensibili, mentre la miseria aumentava e, in una sorta di assurda beffa, la stampa europea cominciava a descrivere il meridione come una terra arretrata e inefficiente. Le condizioni del popolo si aggravarono poi a causa della politica di soppressione degli ordini religiosi: i più disperati perdevano anche il loro ultimo asilo, l'ultima possibilità, quella che da sempre veniva offerta a tutti i bisognosi da conventi e monasteri. Ben presto gli abitanti del regno toccarono con mano quanto più duro fosse il nuovo regime, e molti andarono a incrementare le già grosse fila della guerriglia per bande. All’iniziale causa legittimista del brigantaggio si aggiunsero motivi più concretamente legati al malcontento per un palpabile crollo della qualità della vita.

Metà dell’esercito sabaudo venne stanziato di permanenza nel mezzogiorno, in uno stato continuo di emergenza, occupato in fucilazioni di massa, rappresaglie, stermini, incendi. Il problema per i piemontesi era molto serio: come giustificare tutti questi ribelli, quando si era cercato di dare l’idea di un paese che aspettasse solo Vittorio Emanuele e la sua volontà di rispondere al grido di dolore dei popoli oppressi? Ad ogni costo occorreva metterli a tacere, prima che riuscissero a far sentire il loro grido, quello vero! I liberatori allora, con vari proclami che di tutto parlavano fuorché di libertà, annunciarono che avrebbero dato inizio a una persecuzione spietata. Tutte le persone sospette e i parenti dei briganti sarebbero stati arrestati, insieme a chi deteneva qualsiasi tipo di arma e a chi poteva essere incriminato, non solo di protezione verso i rivoltosi, ma anche di un atteggiamento neutrale verso di essi. «Questi proclami non furono vane minacce: chi non fu ucciso combattendo, finì nelle carceri napoletane, dove ottantamila reclusi, senza nemmeno sapere la propria imputazione, morirono di malattia nelle prigioni infette e affollate» spiegava Patrick O’Clery. Come nel periodo del terrore robesperriano, bastava essere sospettati di non avere simpatia per il nuovo governo per essere arrestati. Il 3 gennaio 1862 a Castellamare del Golfo, vicino Trapani, sette persone sospettate di connivenza con i briganti erano state fucilate per ordine del generale sabaudo Pietro Quintino. Tra queste c'erano tre donne, una di trent'anni, una di cinquanta e una di settanta, un sacerdote, un anziano. E c'era quella che fu forse la più giovane martire della libertà che nega se stessa, una bambina di nove anni. Angela Romano fu sacrificata nell'età delle bambole a una sorta di delirio persecutorio certo mai capace di spiegare come una bambina di quell'età potesse essere connivente o ostile, sospettata o complice in qualsiasi cosa che non fosse un gioco.

La legge Pica, approvata il 15 agosto 1863, legalizzò ogni follia. Le zone interessate dall’attività di guerriglia delle bande vennero sottoposte a giurisdizione militare, fu proclamato lo stato d’assedio, vere e proprie retate di semplici sospetti, evasi, renitenti alla leva, pregiudicati andavano a ricolmare le carceri. Feroci rappresaglie non risparmiavano donne e bambini, fucilazioni senza processo uccidevano centinaia di contadini, a torto o a ragione ritenuti fiancheggiatori dei briganti. In molte decine di migliaia fu stimato il numero delle vittime al sud. Un numero variabile a seconda delle fonti, ma comunque sempre enorme, un prezzo decisamente troppo alto per una libertà mai chiesta e mai ottenuta. E come si può accordare un fenomeno capace di seminare martiri, con la pretesa unanimità con la quale il popolo del sud avrebbe scelto, attraverso i plebisciti, d'entrare a far parte di un nuovo regno? È ormai noto che i plebisciti non furono che una commedia inscenata per conferire a un atto di prepotenza la parvenza di una fittizia volontà popolare, e non è esagerato dire che forse l’unico autentico plebiscito al sud fu invece il fenomeno del brigantaggio: «Il paese comincia a parlare adesso. Non parlò il cosiddetto plebiscito, no, il plebiscito issi se l’hanno fatto, issi se l’hanno cantato e se l’hanno ballato». E se, secondo Alianello, il vero plebiscito del sud fu il brigantaggio, anche al nord ci fu un vero plebiscito. Teodoro Bayard De Volo, ministro dell'ultimo duca di Modena, Francesco V d'Austria-Este, che fu seguito in esilio dalle sue truppe, spiegava in merito a questo episodio che «se ancor si rifletta che a ciò non furono né violentate né costrette, ma vi si condussero con generoso e spontaneo entusiasmo, non si può non iscorgere in questa loro abnegazione un plebiscito solenne, assai più splendido e spontaneo di quanti ebbero in seguito a porsi in iscena con menzognero prestigio». E, si chiedeva, «una truppa la quale segue il proprio sovrano non il giorno del trionfo ma in quello della sventura, che rinunzia per lui alle allettative di patria, ed agli affetti di famiglia, che resiste alle seduzioni dell’usurpatore, che sopporta le ingiustizie dei partiti, che stretta intorno alle sue bandiere tiensi, senza esitare un istante, pronta a qualsiasi evento, non protesta essa forse con tutta l’energia di una fede antica, contro alla vituperevole cedevolezza dei tempi nuovi?».
Chi voleva far credere che l’allontanamento dei sovrani dalle proprie terre si fosse compiuto per volontà popolare, che essi rappresentassero prototipi di tirannia da abbattere, che i plebisciti rispecchiassero i desideri del popolo, ebbe nella vicenda delle truppe estensi una grande ed esemplare contestazione. E se nel ducato di Modena, come in quello di Parma (o ovunque la ridotta dimensione territoriale rendesse gli avversari meno temibili), gli oppositori al nuovo regime non pagarono il prezzo di sangue imposto al sud, nondimeno furono perseguitati, incarcerati, rimossi da cariche. E non possono non essere considerati anch'essi martiri del risorgimento, perché se pur non vennero uccisi, ebbero comunque la vita rovinata in nome di una libertà che, tanto al nord quanto al sud, «quando te la vengono a imporre con le baionette, non è più dessa», come scriveva Alianello. E non possono non essere considerati martiri i soldati della Brigata Estense, che seguirono il sovrano in esilio esclusivamente per amore incondizionato verso il principe, per rispetto dei giuramenti prestati, offrendo un esempio straordinario che meravigliò anche i più accesi antiduchisti. Incertezza del futuro, molti ostacoli, difficoltà economiche, pochi riconoscimenti, scarsa retribuzione: questo era ciò che il duca esule a Vienna poteva promettere ai suoi uomini che pure non volevano saperne di lasciarlo. Luigi Carlo Farini e Vittorio Emanuele, preoccupati da questo esempio di fedeltà che faceva pessima propaganda alla loro causa, tentarono in ogni modo di convincere i soldati modenesi a rientrare nelle loro case, ma le promesse di danaro e avanzamenti di carriera non valsero a convincerli, come a nulla valse la minaccia della perdita di tutti i diritti politici e civili, compresa la possibilità di possedere beni o ereditarli. I soldati in esilio vissero in miseria, fra mille difficoltà, una «vita insopportabile», dove le uniche consolazioni potevano venire dall'intima consapevolezza di aver in fondo tenuto «una condotta che onora me ed i miei compagni di fede e d’infortunio presso tutti i contemporanei che non hanno affatto perduto il buon senso e per cui molto più ci onoreranno i posteri nella storia».

Purtroppo la storia non ha ancora onorato i martiri del risorgimento, che in tal modo hanno subito duplice offesa, quella della violenza che ha rovinato loro la vita e quella dell'oblio e talvolta addirittura della calunnia che ha cancellato o infangato il ricordo del loro sacrificio. E se è ancora vero, come dovrebbe essere, che «a egregie cose il forte animo accendono le urne dei forti», che esempi di virtù e ricordi di glorie passate possono aiutare a vivere meglio il presente, allora tutti noi siamo un poco martiri, derubati di un qualcosa di prezioso, da quando una retorica falsamente patriottica ci ha obbligati a cancellare vicende eroiche solo perché provenienti dalla parte politica sbagliata, dalla parte dei perdenti. Gli uomini del passato questo non lo avrebbero immaginato, e lo stesso Teodoro Bayard de Volo, nel ripensare alle sciagure dei soldati estensi in esilio, si consolava col pensare che «la storia trasmetterà alle generazioni future questo esempio così raro di fedeltà e di onore... poiché anche le persone che professano differente opinione politica, onorano quelle virtù, che sono indipendenti dall’esito dei fatti e dei vantaggi del momento». Il brutto vizio di rubare anche i ricordi è nato più tardi, appartiene alla mentalità di un'Italia che, frutto di una violenza militare, ha dovuto poi inevitabilmente farsi accettare con una violenza culturale. E se della prima violenza le vittime furono gli uomini di allora, gli oppositori del regime sabaudo, della seconda violenza le vittime sono tutti gli italiani.   
(Elena Bianchini Braglia, presidente del Centro Studi sul Risorgimento e sugli Stati preunitari
www.elenabianchinibraglia.it, www.centrostudirisorgimentali.it)



1 commento:

  1. E' giusto conoscere la storia del Regno delle due Sicilie dove illustri criminali hanno massacrato uomini e ricchezza dei meridionali.

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